mercoledì 9 novembre 2011

Tutti possono apprendere il Training Autogeno?

Sono davvero pochi coloro  che non riescono ad apprendere il Training Autogeno, e si tratta quasi sempre di casi particolari.
E’ vero, tuttavia, che alcune persone sono più predisposte di altre a imparare il TA e a trarne beneficio. Inoltre, ci sono momenti della vita e circostanze esterne in cui è più probabile che il metodo venga appreso bene e i suoi effetti siano efficaci.

Riformulando dunque la domanda iniziale, è più opportuno chiedersi se esistono persone “adatte” ad apprendere il TA e se ci sono momenti più propizi per l’apprendimento.

Esistono persone “adatte” ad apprendere il TA?

Come ho già scritto a proposito delle indicazioni del TA, la tecnica di Schultz non ha vere e proprie contro-indicazioni, ma qualche non indicazione. In altre parole, non è nocivo, ma in alcuni casi non è di aiuto, ad esempio nei casi di psicosi, nelle depressioni molto gravi, in alcuni casi di nevrosi ossessive.

Si tratta dunque di una tecnica che tutti possono apprendere, in linea di massima, purché motivati e costanti nelle esercitazioni.
Tuttavia, l’esperienza ci insegna che alcune persone imparano prima di altre, con maggiore soddisfazione e ottengono risultati migliori e più duraturi nel tempo.
Cerchiamo dunque di delineare il candidato ideale ad apprendere con soddisfazione il Training Autogeno.
Anzitutto va ricordato che, come suggerisce il nome stesso, “training” vuol dire allenamento. Perché si possa instaurare lo stato autogeno, è necessario allenarsi costantemente, eseguendo gli esercizi di TA con regolarità tre volte al giorno.
Va da sé che è necessario essere dotati di una certa disciplina e disposizione a rispettare gli impegni.
Il neuropsichiatra Tullio Bazzi descrive le doti che predispongono a ben comprendere le istruzioni e a imparare facilmente il TA. Ecco cosa scrive:
“personalità con impostazione pragmatica, con abitudini di vita e attività disciplinate, o che implichino un allenamento, una guida, un istruttore (tipici, nonostante le differenze palesi, sono i religiosi e gli sportivi), o comunque sobrie e ordinate.".

L’aspirante allievo di TA non si intimorisca: si parla di esercizi molto brevi, della durata di pochi minuti, che non richiedono sforzi particolari!
La metodicità è importante, ma da sola non basta. Le persone dotate di immaginazione e fantasia hanno maggiori soddisfazioni nell’apprendimento del TA, meglio se sono amanti della musica, dei colori, dell’arte in generale.
A questo proposito è bene individuare quale sia il canale percettivo predominante. Le persone visive, infatti, avranno un approccio prevalentemente visivo al TA, mentre quelle auditive tenderanno a sentire le formule come se venissero pronunciate da una voce interna.
Vi sono altre caratteristiche che dispongono al successo nell’apprendimento del TA e riguardano l’atteggiamento verso il metodo.
La motivazione è alla base di questo come di ogni altro apprendimento.
Bazzi parla di una impostazione generale del soggetto verso il metodo e la descrive così:


con apparente paradosso, un certo 'distacco', se associato a una buona disciplina nell’effettuare gli esercizi, rappresenta un dato positivo; il soggetto non nutre illusioni, non alimenta entusiasmi eccessivi, non si aspetta 'miracoli', non esagera nel suo zelo, non indugia in inutili scrupoli, e riscontra con piacevole sorpresa gli effetti benefici del TA. E’ appena il caso di dire, però, che egli deve essere motivato: motivato seriamente, sobriamente, ordinatamente.

Analogamente, Hoffmann parla di Atteggiamento di apertura-collaborazione e descrive una serie di passa indispensabili per raggiungere un buon apprendimento. Alla base e prima di tali passi, c’è in primo luogo la motivazione.
Il soggetto motivato, dunque, procede in questa direzione: apertura-cognizione-convinzione-prontezza-proposito-collaborazione.
Altre due variabili, infine, sono state prese in considerazione da Hoffmann: l’età e il quoziente intellettivo


Per quanto riguarda l’e, non sembrano esserci limiti verso l’alto. In altre parole, le persone anche molto anziane possono apprendere il TA, purché le loro capacità cognitive siano integre e siano in grado di comprendere le istruzioni.
Qualche divergenza di opinioni esiste nel determinare l’età minima.
In un mio articolo del 2005 ho esaminato la bibliografia sul TA in età evolutiva dal 1970 al 2005, e ho potuto constatare che la tecnica può venire insegnata con successo anche ai bambini relativamente piccoli, fin dai primi anni di scuola. Evidentemente, con questi particolari soggetti, il percorso di insegnamento è studiato espressamente per le loro capacità di comprensione e deve essere affidato a un terapeuta esperto in materia.

Prendendo in considerazione, infine, il Quoziente intellettivo, Hoffmann riferisce di aver insegnato il TA anche a persone con QI modesto, fino a 62 (equivalente alla capacità intellettiva di un bambino di otto anni).
Egli commenta: 


Il grado di intelligenza richiesto per l’esecuzione del TA è perciò abbastanza modesto, se per intelligenza si intende elasticità mentale, capacità di formazione di concetti astratti, di visione d’insieme, di previsione, di autonomia del pensiero. Le qualità richiesta dal TA sono ben diverse, e spesso anche persone intelligenti devono compiere notevoli sforzi per ottenerle. Una di queste qualità è l’immaginazione, che in molti individui razionali viene relegata tra le funzioni ‘inferiori”; queste, secondo C.G. Jung, sono le funzioni che, ormai atrofizzate (perché non vengono osservate, usate, tenute in allenamento), mostrano il loro lato peggiore (arcaico – comportamento primitivo), come un bambino trascurato e abbandonato (pag. 142).

Condizioni che ostacolano l’apprendimento del TA

Individuate le caratteristiche dell’'allievo ideale', vediamo se esistono delle condizioni che possono ostacolare l’apprendimento del TA.
Possono incontrare difficoltà coloro che  presentano un atteggiamento passivo. Richieste tipiche di queste persone sono: “preferisco le medicine” o “voglio essere ipnotizzato".
Ugualmente poco promettente è l’atteggiamento di chi espone subito difficoltà: “Abito troppo lontano”, “Non posso trovare il tempo per allenarmi”.
Altri atteggiamenti che noi aiutano, sono lo scetticismo e la tendenza alla polemica: “E’ solo suggestione”, o alla sfida: “Con me non ci riuscirà”.
Nel versante opposto, anche l’eccesso di zelo e l’entusiasmo fanatico (come lo definisce Bazzi) non aiutano.
E’ infine sconsigliabile che l’aspirante allievo di TA abbia conoscenze teoriche sulla tecnica: in questo caso, potrebbe prevalere la tendenza al “sapere” a scapito dell’esperire. Tutti gli Autori sono concordi nel consigliare un approccio poco razionale e più affettivo  alla esperienza del TA.
Hoffmann sconsiglia di insegnare il TA alle persone abuliche, quando l’abulia deriva da una malattia psichiatrica, o da condizioni o circostanze particolari, ad esempio un sovraffaticamento fisico.
Possono incontrare difficoltà ad apprendere il TA  le persone che presentano una totale mancanza di fiducia in se stesse.
In entrambi i casi, è bene affrontare prima le problematiche con altri approcci psicoterapeutici.

C’è un momento “giusto” per apprendere il TA?




Pochi Autori si sono posti la domanda se esistano circostanze esterne, o caratteristiche di personalità che favoriscono l’apprendimento del TA. Tra questi Bazzi e Hoffmann, che stiamo seguendo in questo breve excursus.
La decisione di apprendere una nuova disciplina richiede sempre di individuare le circostanze esterne e il momento per farlo.
Due condizioni necessarie per apprendere il TA sono: disporre di un luogo tranquillo dove esercitarsi e di un po’ di tempo da dedicare alle esercitazioni.
Le persone che vivono in famiglie numerose, o le madri di bambini piccoli, spesso non hanno tale possibilità: in questi casi, è meglio rimandare l’apprendimento della tecnica a un periodo successivo.
Lo stesso vale per coloro che sono troppo oberati di lavoro e non hanno sufficiente tempo libero.
Sempre a proposito delle condizioni esterne, non è consigliabile iniziare un percorso con il TA in momenti di grandi cambiamenti, lavorativi, o di abitazione.
Infine, è bene rimandare l’apprendimento se vi sono situazioni di stress in atto, o, come le definisce Bazzi: “circostanze con caratteristiche di crisi acute – coniugali, familiari, professionali, economiche – o condizioni penose di attesa o di stress (concorsi in atto, superlavoro, eccetera), sono elementi sfavorevoli che possono diventare persino delle non indicazioni.”

In conclusione, è opportuno iniziare l’apprendimento del TA in un momento di tranquillità e disponendo di condizioni esterne adeguate, mentre è il caso di rimandarlo se vi sono in atto limitazioni tali da modificare lo stile e le abitudini di vita in generale: per dirla con Hoffmann:  quando si cade in acqua è il momento meno indicato per imparare a nuotare.

Bibliografia

Bazzi T. - R. Giorda, Il training autogeno. Teoria e pratica, Roma, Città Nuova, 1979.

Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

Schultz I.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1. ed tedesca 1932).

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Salve Dott.ssa Patrizia Belleri,
sono Francesca e vorrei chiederle un parere.

In passato ho tentato 3 volte di apprendere il traning autogeno e sempre senza successo, tanto che alla fine ci ho rinunciato arrivando alla conclusione che non ero “idonea”.

Adesso è capitato che abbia accompagnato una cara amica presso un psicoterapeuta e mentre aspettavo in sala d’attesa ho visto che il suo collega insegna il t.a.

Ho avuto allora modo di aprire il discorso dicendogli che a me sarebbe piaciuto molto apprenderlo ma ormai ci ho rinunciato.

Lui mi ha chiesto i motivi e (la faccio breve) gli ho spiegato che già mi disturba il fatto che devo utilizzare la formula della calma perché sento che sto prendendomi in giro in quanto cosciente che non è per nulla vero (che sono calma), poi perché mi disturbano anche il ripetermi mentalmente le formule degli esercizi. Faccio presente che tutte e 3 le volte che ho tentato mi sono rivolta a dei professionisti e non in palestre o cose del genere.

Lui allora, con calma, mi ha detto che potrei tentare a ripetere il percorso dal principio, addirittura omettendo l’esercizio della calma e, nel mio caso, fare gli esercizi non formulando mentalmente le formule ma “semplicemente” pensando alla pesantezza del braccio e via dicendo.

Il suo collega è quasi convinto che così facendo potrei ottenere i risultati/benefici che finora non ho avuto.

Quello che vorrei chiederle, cara dott.ssa Belleri è: anche lei crede che nel mio “particolare caso” potrei avere risultati positivi omettendo l’esercizio della calma e pensando gli esercizi invece di formulare mentalmente le formule? o crede invece che se non ce l’ho fatta col metodo standard molto probabilemtne non ce la farò nemmeno così?

Cioè: se come ce la fanno tutti (dunque deduco il metodo più facile e alla portata) io ho “fallito”, perché dovrei invece farcela con un metodo che sulla carta è ancora più difficile?

Calorosi saluti. Francesca

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Patrizia Belleri ha detto...

Gentile Francesca,

è ben difficile trovare persone “non idonee” al Training Autogeno.
Può accadere che ci siano momenti della vita o circostanze esterne che rendono difficile allenarsi e mantenere la costanza nelle esercitazioni, ma, quando c’è la giusta disposizione personale e ambientale, il TA può essere appreso con relativa facilità dalla maggior parte delle persone.

La Calma in realtà non è un vero esercizio, tanto che si parla di Formulazione della Calma e non di Esercizio della Calma.
E’ un punto di arrivo, l’obiettivo di tutto il percorso del TA, ma rappresenta anche una fase preliminare, che serve a prepararsi a sperimentare i vissuti successivi.
Dire a una persona “si calmi”, quasi sempre sortisce l’effetto opposto. Tutti abbiamo sperimentato, almeno qualche volta, l’impossibilità di addormentarci quando ci imponiamo di farlo, magari perché il giorno successivo abbiamo un impegno importante e “dobbiamo” dormire.
Il sonno arriva da sé e agli animali ciò accade del tutto spontaneamente.
La Formulazione della calma, dunque, consiste nell’assumere un atteggiamento fisico e psicologico di calma: la formula aiuta, ma solo se c’è un atteggiamento di passività, un “lasciar accadere”. Concordo pertanto con il collega, che propone di omettere la Formulazione della Calma. A mio avviso, la si può riproporre alla fine del percorso.

Anche pensare il vissuto della formula invece che recitare mentalmente le parole della formula può essere una soluzione praticabile.

Va comunque analizzata la causa della resistenza ad apprendere il TA e un Terapeuta esperto può affiancare l’allievo nella interpretazione di tale difficoltà: a volte l’inconscio ci parla anche attraverso questi segnali.

Tenga comunque presente che il TA, a fronte di una apparente semplicità, è un metodo che coinvolge l’intera persona e può interessare vissuti molto profondi. E’ dunque consigliabile farsi seguire da un Terapeuta, sia per scegliere le modalità di apprendimento più appropriate, sia per l’interpretazione di eventuali difficoltà.

Nel suo caso, dunque, non parlerei di "fallimento" e nemmeno di metodi più facili o più difficili. Consiglierei piuttosto di personalizzare il metodo, per trovare la modalità più adatta alla sua personalità, alle sue esperienze, al suo sentire

Patrizia Belleri

Giovanni Bernardi ha detto...

La mia idea è che per apprendere il training autogeno occorre in primo luogo la persona giusta che guidi l'apprendimento. Succede spesso che abbiamo difficoltà a relazionarci con alcune persone ed è possibile che il terapeuta col quale ci si relaziona sia una di quelle.

Quando mi rivolsi a Patrizia Belleri venivo da una esperienza non esaltante con un'altra terapeuta, ma con Patrizia riuscii ad aprire subito il canale della comunicazione. Iniziai senza difficoltà l'apprendimento del TA, al quale seguì il Percorso Autogeno Immaginativo (PAI).

Fu per me un grande piacere (forse anche divertimento). Iniziavo a rilassarmi con la tecnica del TA. Poi Patrizia mi suggeriva un nome o una frase o una situazione e io descrivevo quello che vedevo con l'occhio della mente.

Sono venute fuori delle cose simpaticissime, che ancora oggi ricordo con piacere. Ne ho anche la trascrizione che mi fornì Patrizia. Ce l'ho da qualche parte nella memoria esterna del computer. Forse un giorno pubblicherò queste mie esperienze nel mio blog.